Un prete che va, un prete che viene: domande dei ragazzi, risposte per adulti

Dopo l’annuncio del cambio del parroco che avverrà nel mese di settembre, nei momenti più impensati e nei contesti più disparati alcune persone mi hanno fatto domande a cui ho dovuto dare delle risposte. I dialoghi che ne sono nati possono aiutarci a fare luce su quanto è chiamata a vivere la nostra comunità in questi passaggi ecclesiali e nel cammino spirituale di ciascuno.

“Scherzo da prete”: così venivano commentate le notizie del mio nuovo incarico a Corsico e la nomina del nuovo parroco di Solbiate Arno. Su un argomento così delicato, siamo riusciti a mantenere la riservatezza per due mesi. Ho preferito  comunicare di persona questo passaggio della mia vita sacerdotale nelle S.Messe di sabato 18 e domenica 19 giugno, davanti al Signore. Il Vicario episcopale ha preso la parola in un consiglio pastorale aperto alle persone corresponsabili. Sorrido di fronte alle persone che raccontano di aver saputo mesi fa di questo trasferimento e che si avventurano in interpretazioni disinvolte e pirotecniche. Mi viene il sospetto che circolino già ipotesi sulla partenza del nuovo parroco: nella vita è sempre utile un po’ di ironia e di sana vigilanza sulle chiacchiere del paese. Per ora, mi piacerebbe che venisse apprezzato il nostro stile di comunicazione e che si vivesse questo periodo con serenità e fiducia.

Don, ma è vero che te ne vai?”: è la prima domanda che a bruciapelo mi viene fatta sul piazzale dell’oratorio. Così ho risposto al mio giovane amico:“Me ne vado perché il Vescovo mi ha chiesto la disponibilità per una nuova parrocchia: i Don vanno e vengono nel servizio alla Chiesa locale e del popolo di Dio in nome del Signore Gesù”. Nella buona relazione fra il Vicario episcopale e ogni prete si gioca la responsabilità dell’autorità e di chi cerca di mantenere la promessa di obbedienza fatta nel giorno dell’ordinazione sacerdotale.

“Perché non dici di no”: rimango spiazzato da questa seconda domanda del mio interlocutore. Da parole come queste emergono affetto e stima: al mio giovane amico spiace che il suo Don vada via. Mi è venuto spontaneo motivare così: “Come ogni mamma e ogni papà non possono smettere di amare i propri figli quando sono vicini o lontani, così ogni prete è chiamato ad amare la chiesa tutta (e non una parte di essa), in libertà e con gratuità”. Per ragioni pastorali e personali, avevo già detto un “no” nel gennaio 2015: in un incontro con l’Arcivescovo avevo preso l’impegno di una disponibilità di trasferimento per una “comunità pastorale” per il settembre 2016.

“Sei contento di andare a Corsico?”: a questa domanda ho risposto: “sono sereno”. Sono riconoscente per quello che ho ricevuto e sono contento per quello che ho vissuto in questa comunità.  Avrei voluto rimanere qualche anno ancora per vedere consolidate alcune relazioni e alcune scelte pastorali. Tuttavia questi sette anni sono stati ricchi di momenti che hanno fatto crescere. Come mi è già successo, lo strappo delle relazioni si sentirà e farà soffrire: ma è “un potare perché si porti più frutto” (Gv 15).  Ciò che ho condiviso con voi sarà sempre con me.

Morto un Papa, se ne fa un altro”: una signora di una certa età mi ha raggiunto con questo antico motto popolare. Viste le ultime vicende dei Papi, questo proverbio dovremmo cambiarlo e modularlo alla nostra realtà: “Spostato un parroco, ne arriva un altro”. Fra poche settimane la nostra parrocchia avrà quattro parroci “emeriti”.  La brillante signora che mi ha incontrato mi ha elencato tutta la serie di preti che sono passati nella sua vita: da don Grazioli fino a don Paolo. Nel dialogo con questa amica emergono due intuizioni: chi fa la Chiesa è il Signore con il suo Spirito (non il prete); tuttavia un parroco è necessario perché è segno di Cristo, capo e pastore. Mi auguro che queste intuizioni guidino i discorsi di questi giorni. Nella stagione di Chiesa che stiamo attraversando l’epoca di un parroco inamovibile è finita. Il cambio frequente dei sacerdoti è causato da urgenze e dalla scarso numero dei preti; questo può generare disagio e amarezza ma può anche favorire crescita e rinnovamento da parte di ogni vocazione. L’importante è che non venga meno la cura delle relazioni e l’affetto di una comunità verso i suoi preti e dei preti verso la comunità.

 “Meno male che se ne va: con questo non ci siamo mai trovati”: con rispetto e con eleganza, va riconosciuta anche questa parte di verità. Con un prete ci si può incontrare o non incontrare. Un prete non si muove con il desiderio di piacere alla gente e neppure ha la pretesa di piacere a tutti. Ogni prete cerca di piacere al Signore e di far crescere nel Signore le persone affidate. Tuttavia, il cambio di un parroco non è come il cambio dell’allenatore di una squadra di calcio: cestinato se si perde o osannato se si vince, evitato se non lascia spazio o applaudito se lascia fare quello che si vuole, criticato se cambia tutto o seguito se non cambia niente. Quando un prete viene trasferito, la domanda più profonda da porsi è duplice: nell’esercizio del suo ministero mi ha fatto crescere nella fede nel Signore, nella comunione ecclesiale e nella testimonianza cristiana? Con questa persona mi sono posto nella condizione di fare qualche passo nella vita cristiana? La dinamica della crescita coinvolge la qualità di una relazione dove entrambe le parti sono chiamate a dare fiducia e mettersi in gioco. Se questo non avviene, tutti ci perdono; se qualcosa accade, tutti ci guadagnano.  Se al centro c’è il Signore e il servizio alla gente, nei prossimi anni la vita della parrocchia continuerà sulla scia del cammino compiuto e in attesa di nuovi frutti con don Paolo e con don Stefano.

“Tornerai a Solbiate qualche volta?”: la fine di una destinazione pastorale è la chiusura di un servizio ministeriale. Noi preti dovremmo essere più capaci di concludere pienamente un mandato e non offrire uscite di sicurezza a chi rimane legato ad una stagione o ad una persona, rischiando di mitizzare un’esperienza e usare un prete a proprio uso e consumo. Solo la confessione e l’accompagnamento spirituale chiedono libertà e rispetto: per tutto il resto occorre educare a crescere con il prete che viene donato e con il periodo della storia che sta davanti. I legami personali vanno custoditi in modi e tempi sobri e fraterni. A Solbiate, tornerò quando riterrò che la mia presenza possa aiutare il cammino di questa comunità e le persone che ne fanno parte.

“Quando andrai via da Solbiate e quando inizierai il ministero nella parrocchia di Corsico?”:  a Solbiate concluderò con la S.Messa di San Maurizio di Domenica 18 settembre. A don Stefano ho già comunicato alcuni gesti che vorrei realizzare per esprimere il mio ringraziamento e per offrire qualche consegna. Nella parrocchia Santi Pietro e Paolo di Corsico inizierò il mio ministero Domenica 11 settembre nella S. Messa delle 17.30. In questi giorni vorrei mettere le nostre ripartenze sotto il segno di una parola del Signore: “Sulla Tua parola getterò le reti; sulla Tua parola getteremo le reti” (Lc 5, 5). Sono le parole che il Cardinale Carlo Maria Martini ci ha regalato nell’ultima lettera pastorale offerta alla Diocesi di Milano prima di partire per la Gerusalemme terrena e per  la Gerusalemme celeste. Così sarà per me, così auguro per voi.

Don Domenico