Un Dio che dice bene

10 Dicembre 2016

Un Dio che dice bene

Il calore del termosifone acceso mi avvolge mentre un sorriso e una mano accogliente mi invitano ad entrare. Infagottato nel mio giubbotto, con la stola bianca sulle spalle, in mano l’aspersorio, mi lascio condurre in sala, o in cucina o nell’anticamera e lì continua un dialogo iniziato con il suono del campanello: «Buonasera, sono don Paolo, sono qui per la benedizione».
Più o meno questo è il copione che centinaia di preti stanno seguendo in questo periodo che precede il Natale.
Un momento di vera grazia, sia per noi che veniamo a portare la benedizione del Signore sia per voi che la ricevete.
Non è solo un breve incontro per conoscersi o per rinsaldare legami che, a poco a poco, si costruiscono: è un gesto di tutta la Chiesa che, fedele al suo Signore, riconosce la bellezza di ogni vita, soprattutto là dove la vita trova la sua intimità più profonda e vera.

Benedire è dire bene di qualcuno, su qualcuno, a favore di qualcuno… e se Colui che dice bene di noi è il Signore, allora davvero la nostra vita acquista un sapore diverso, il sapore di Dio.
Benedire non è uno scongiurare malattie, lutti, tristezze, fatiche (queste sono più illusioni di maghi e fattucchieri…): benedire è affermare ad alta voce che in qualunque situazione di vita ti trovi, lì c’è anche l’Amore del Padre misericordioso, del Figlio che ti accompagna nel cammino, dello Spirito che suggerisce passi nuovi e dà forza nelle paure.
Benedire è un accogliere un dono e un restituire un dono: anche noi diciamo bene di Dio, perché sappiamo riconoscere i suoi passi dentro le nostre case. Ma significa anche l’incontro di Gesù con ciascuno di noi, nella nostra vita, l’«ingresso» di Cristo nella nostra quotidianità, come avvenne per il pubblicano Zaccheo: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19,5).
Infine, benedire è saper riconoscere che la grazia passa anche attraverso la comunità: le offerte che mi state donando sono proprio segno del desiderio di custodire chi è più fragile, di render sempre più bella la “casa comune”, di sovvenire ai bisogni e alle necessità della parrocchia!

Capite perché, quando suono, ho il sorriso sulle labbra? Perché sto per incontrare, ancora oggi, in Solbiate Arno, il volto di Dio… che ha il vostro volto.

Buona attesa del Signore che viene nelle nostre case

Don Paolo