Arcobaleni antichi e nuovi

don Domenico
30 Gennaio 2015

Arcobaleni antichi e nuovi

“Come state?Come va?” sono le domande più frequenti che ho rivolto entrando nelle case per la benedizione. Molte volte alle mie domande mi sono sentito chiedere: “E lei come sta? Come va la nostra parrocchia?”. Il dono più importante che possiamo scambiarci è quello della fiducia e della gratuità: saluti così sono frutto di un percorso di relazione e segni di fraternità. La fiducia nelle persone che si incontrano; la fiducia nella figura del prete e del ministero che offre, dentro la fragilità e la ricchezza della propria umanità; la fiducia nel Signore che dona la Sua benedizione ad un popolo di persone desiderose di seguirLo sono segnali di una comunità viva. Nei giorni in cui sto concludendo la visita alle famiglie, vorrei dirvi grazie per gli incontri avvenuti. Le domande e le risposte che si sono intrecciate fra voi e me sono come “arcobaleni di fiducia e sorgenti di gratuità”. Nell’anno della missione, siamo sulla buona strada.

Durante la domenica della festa della famiglia, abbiamo distribuito una mano da attaccare sulla porta di casa. Sulla mano sono riportate tre parole: “grazie”, “scusa” e “permesso”. Dire grazie significa tener presente come tutto è dono e non possiamo vivere di pretese e di ingratitudine; imparare a chiedere scusa significa riconoscere il proprio limite; ricordarsi di chiedere “permesso” significa che spazi, tempi o persone non sono tuoi ma sono di qualcun altro: anche il Signore ha chiesto permesso per entrare nel mondo alla beata Vergine Maria. Con queste tre parole nelle nostre case offriamo e riceviamo “ponti di affetto e di amore”. Ne abbiamo tutti bisogno.

In viaggio verso lo Sri Lanka e l’Indonesia, dall’aereo Papa Francesco ha scritto diversi telegrammi di saluto ai Paesi che sorvolava: Albania, Grecia, Turchia, Iran, Emirati Arabi, Oman e India. Telegrammi dall’aereo come “moderni arcobaleni di pace” e ponti verso il futuro per favorire la cultura dell’incontro. In un momento di tensione internazionale causata da violenza, terrorismo e guerre; in una situazione sociale carica di disagi e sofferenze; in un clima generale dove istintività e cattiveria sono all’ordine del giorno, abbiamo bisogno di gesti simbolici e di azioni profetiche. Questi telegrammi ci dicono qualcosa che va ben oltre la consuetudine e la diplomazia. Oltre la provocazione e l’indifferenza, dobbiamo cercare forme di comunicazione nuove e riscoprire gli antichi linguaggi verbali o non verbali per costruire questo mondo sulla giustizia e la pace.

Passando di casa in casa, è bello vedere le generazioni che si intrecciano: padri che giocano coi figli; giovani mamme alle prese con biberon e pannolini; nonni che portano i nipoti in palestra o dal dentista; figli che escono di corsa per portare medicine al papà appena uscito da un ospedale. La cura delle relazioni che avviene fra generazione e generazione sono “ponti invisibili”. Durante un battesimo che ho celebrato ho chiesto alla prima persona battezzata della nostra comunità di dare una bacio all’ultimo bimbo battezzato: un ponte di 105 anni! Anche questi sono arcobaleni da favorire e da riconoscere. Nei Vangeli sono presenti ben due racconti di genealogia: uno scorrere di nomi e vicende che fanno “salvifica” la storia di tutti e per tutti in nome del Dio di Gesù Cristo. Questi racconti servono per ricordarci che si cresce nell’esercizio della fraternità sia in orizzontale sia in verticale, sia con chi ci sta accanto, sia con chi ci ha preceduto e chi verrà dopo di noi.

Don Domenico

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