Esercizi di una buona politica e di una buona società/2

Oggi si registra una distanza della classe dirigente dalla gente comune, ma anche una distanza dei cittadini dalla politica. Ogni cittadino è chiamato a compiere esercizi di una buona politica perché ogni persona ha una dimensione relazionale e sociale con cui fare i conti. Sono molti i modi per crescere in questa dimensione della vita: far parte attivamente di qualche associazione; frequentare le riunioni dei consigli comunali; informarsi sulle grandi questioni dell’attualità, evitando superficialità e luoghi comuni; creare piccoli laboratori politici e offrire serate di informazione alla cittadinanza; offrire confronto e ascolto nelle sedi istituzionali e non accordi privati al telefono o via mail. Solo così può nascere una nuova modalità di agire politico. Il moltiplicarsi di liste civiche nello scenario nazionale potrebbe essere un segno di una società civile che si sta svegliando; al contrario, se le liste civiche sono un escamotage per nascondere logiche di potere e scarsa progettualità, i cittadini verranno presi in giro e la politica rimarrà un’arte non capìta e un ambito della vita da evitare. Ad ognuno di noi la responsabilità del cambiamento morale e sociale.

In questi anni di ministero sacerdotale a Solbiate, nelle occasioni istituzionali ho sempre fatto un piccolo regalo al Consiglio comunale: un testo che potesse aiutare a raccogliere qualche riflessione. Mi è sembrato un segno di stima e di incoraggiamento per chi ha l’onore e l’onere di prendersi cura della cosa pubblica. Ringrazio per i momenti di confronto nati da queste occasioni. La sensibilità per questi temi mi è nata negli anni del ministero sacerdotale e soprattutto assistendo al decadimento della politica nelle varie città dove sono stato. A noi preti fa un po’ sorridere quando siamo etichettati come “rossi”, “azzurri”, “arancioni”, “neri”, “verdi” o “bianchi” in base agli umori del contesto e all’interesse del momento. Ma questo fa parte del gioco e del lato simpatico della vita. Ciascuno impari a non giudicare secondo le apparenze e a dialogare con tutti.

La nuova piazza Giovanni XXIII sarà terminata fra qualche mese: non sarà solo uno spazio di passaggio, ma un luogo di incontro. In questo spazio si affacciano le nostre chiese, quella del passato e quella del futuro: potremmo chiamarle “la chiesa della memoria” e “la chiesa della promessa”. La prima sono le nostre radici, la seconda è il nostro presente e il nostro futuro. La parrocchia offre sempre il suo volto per costruire relazioni e favorire crescita spirituale, umana e sociale. Nella società plurale e inclusiva, il mio augurio è che la piazza sia un luogo di incontro e interazione fra soggetti diversi. Alle piazze mediatiche (dove i social deformano la comunicazione e dove non ci si coinvolge in prima persona) e ai circoli autoreferenziali, si privilegino sempre le sedi istituzionali e il confronto libero e costruttivo: solo così si cresce e si fa crescere un paese.

Sulla scenario della piazza, i cristiani hanno un compito profetico: disposti a collaborare con tutti, liberi nello stimolare il dibattito e pronti a realizzare il bene comune in modo profondo e diffuso. In questa luce ci siamo mossi con alcune scelte controcorrente: la decisione di non assumere la responsabilità dello spettacolo pirotecnico nella festa di San Maurizio 2013; l’offerta di incontri formativi su temi sociali e culturali; il confronto rispettoso e costruttivo fra cattolici impegnati in diversi partiti o liste civiche; le vicende della Scuola Materna nei  momenti del rinnovo istituzionali del Consiglio d’amministrazione e della direzione educativa; la richiesta di perdono nelle Messe per le “menzogne, cattiverie e meschinità” intraviste nella campagna elettorale 2014; il richiamo educativo per la festa di Carnevale in quaresima; scrivere lettere per favorire incontri personali. Alzare il livello  morale, e non stare a guardare o limitarsi a dire “va tutto bene”, è compito di ciascuna persona che ha nel cuore alcuni principi e prova a tradurli nella vita. Grazie a tutte le persone che hanno colto l’intento educativo e costruttivo di queste scelte.

A Solbiate Arno mi sono fatto qualche competenza sul monumento dei caduti, sulle mappe del catasto e sulle ordinanze del Comune. Sono questioni di cui ignoravo la materia e che la responsabilità che mi è data mi ha imposto. Mi soffermo sul tema perché mi preme ricordare che fra Comune e istituzioni ci si regola in base a diritti e doveri, e non a prepotenze o favori. Sono contento che queste vicende siano in fase di soluzione. Detto questo, preferisco che ci si appassioni di cose più belle e più importanti nella vita di un cittadino e di un cristiano. Al mio successore il privilegio di vedere ultimata la piazza e risolte tutte le questioni che ci trasciniamo da anni.

Le molte associazioni di Solbiate sono una ricchezza della società civile se si evitano eccessi di protagonismo e soprattutto se non si perde di vista l’esigenza di camminare insieme. Ogni associazione è una palestra di volontariato e di partecipazione libera e gratuita; molte sono apartitiche o apolitiche per favorire la distinzione fra la responsabilità politica e la partecipazione civica. Gli stessi cristiani impegnati nelle associazioni sono chiamati a favorire il rispetto e il confronto; ad essere “luce del mondo” e “sale della terra” (Mt 5). Chi riconosce che Gesù è il Signore, si alimenta ai sacramenti e porta frutti di vita nuova, è chiamato a impegnarsi nella comunità cristiana o nella società civile o in entrambe. Credenti e non credenti, uomini e donne, solbiatesi e non solbiatesi, italiani e non italiani, adulti o giovani, sono chiamati a camminare insieme e fare sintesi dei principi fondamentali, quali la libertà, la giustizia e la solidarietà. Su questo il paese molto ha realizzato, ma si intravedono ancora passi da compiere.

In questi anni, mi sono tornati alla mente i Promessi Sposi” di Manzoni. La vicenda del romanzo è nota a tutti noi. Come prete, mi sono sempre vergognato del comportamento di don Abbondio: una personalità mediocre e piegato a don Rodrigo. Fra Cristoforo risulta molto più simpatico ed evangelico: un uomo ferito dai suoi sbagli ma convertito dalla fede nel Signore; capace di inserire la storia degli uomini nel disegno salvifico di Dio; e addirittura capace di sposare Renzo e Lucia e di convertire l’Innominato. Manzoni conosce bene le dinamiche della storia di ieri e di oggi: la peste della prepotenza e della mediocrità, la peste della superbia e dell’egoismo sembrano prevalere ma non avranno mai il sopravvento; la storia viene fatta da uomini e donne semplici ma disponibili a tradurre la fede nella vita e a promuovere la cultura del dono e dell’incontro; la provvidenza di Dio è il  grande orizzonte in cui tutti si muovono, buoni e cattivi, gente del popolo e persone di responsabilità; il lieto fine è assicurato. Che bella la pagina del romanzo dove fra Cristoforo prende per mano Renzo e lo guida a portare il perdono a don Rodrigo: nell’anno del Giubileo della misericordia ci auguriamo gesti di riconciliazione che aiutino a ripartire.

A noi tutti il “sugo della storia”: ciascuno di fronte al prossimo, alla propria coscienza e al Padre eterno si prende la responsabilità di giocare la propria parte con fiducia e coraggio, con coerenza e con passione. L’umanità nuova realizzata in Cristo Gesù e presente nelle storia, cresce così. Diversamente, rischiamo di mettere maschere e recitare sul palcoscenico della vita. In questi giorni mi ha fatto bene leggere un libretto di Ermes Ronchi e Marina Marcolini (“Basta che un uomo solo sogni”): gli autori disegnano il sogno di una stagione nuova in nove verbi e cercano soggetti disposti semplicemente a tradurre questo sogno in esercizi di una nuova società.

Buon cammino a tutti.
don Domenico

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