Missione Parrocchiale: 14 - 29 novembre 2015 "Si avvicinò e camminava con loro"

L’Incarnazione… tra forge e berte

20 dicembre 2016

L’Incarnazione… tra forge e berte

Tra i momenti più belli di questi primi mesi a Solbiate, includo certamente le benedizioni nelle ditte. Abituato alla città di Milano, dove non vi sono officine ma solo uffici, è stata una piacevole sorpresa entrare tra forge, berte, bertine e presse (cose di cui quattro mesi fa ignoravo l’esistenza…), tra profumi acri di olio lubrificante e rumori assordanti!
E, cosa ancora più bella, ho capito l’Incarnazione, ho capito perché Dio si è fatto uomo!
Me l’ha rivelata una mano tesa, ma subito nascosta perché sporca di grasso, da parte di un operaio con una tuta da lavoro altrettanto sporca, i tappi nelle orecchie e un sorriso vergognoso, quasi di scusa, perché mi avrebbe voluto accogliere più in ordine…
L’ho capita dall’insistenza con cui ho cercato la sua mano, perché era un onore per me ricevere quella stretta che sapeva di fatica… e non mi interessava se la mia (liscia e igienicamente sterile…) si fosse sporcata. E in questo gesto ho capito perché Gesù ha scelto di farsi uomo e di abitare in mezzo a noi, anche a costo di perdere, nel dolore, la sua vita.
Come potevamo intuire il suo Amore se non avessimo compreso che a Dio non importava sporcarsi i piedi con la terra, avere calli sulle mani, avere il viso riarso dal sole? E tutto questo solo perché io fossi felice?
Se Dio avesse scelto di nascere figlio di re (o di un nobile), capace solo di comandare ma non di obbedire, capace di guardare gli altri faticare ma non di sgrossare il legno, piallarlo, dargli forma, avere schegge tra le dita e trucioli tra i vestiti… come sarebbe stata credibile la sua parola che dice beati coloro che soffrono?
E se ci avesse redenti con un gesto di potenza dall’alto e non col sangue versato negli anni del suo passaggio tra noi, come avremmo potuto credere che condivide davvero ogni nostra fatica, ogni nostro buio?
Guardo i nostri presepi: alcuni Gesù sorridono allargando le braccia, altri dormono beatamente, sederino in alto e dito in bocca, tutti lindi e puliti. Sono belli, perfino artistici, ma mi sembrano edulcorare la forza dell’Incarnazione… poi rivado con la mente a quel giorno, in quella grotta-stalla, dove Gesù sarà nato sporco e piangente come ogni bambino, segno di quella condivisione totale con la nostra natura. Se solo avessimo un po’ più di fede! Non ci vergogneremmo di accoglierlo nelle nostre povertà, perché Lui non ha paura di abitare i nostri dolori.
Nei primi secoli del cristianesimo questo era più chiaro: Gesù appena nato veniva raffigurato in una mangiatoia che aveva la forma sinistra di una tomba, prefigurazione di un Dio che si umilia fino alla morte!
Ecco allora il mio primo Natale da parroco, in un paese industriale che già mi insegna attraverso semplici gesti la teologia della vita!
Buon santo Natale, allora, a ciascuno di voi, e in particolare a quell’uomo che, con la sua mano, mi ha fatto intuire il mistero di Dio.
Questo sia il mio augurio: che il Verbo entri nella nostra “stalla” e la illumini con il suo sorriso.

Don Paolo